Approfondimenti & Glossario

Armadietto sporco-pulito: quando la legge obbliga a separare gli indumenti

Paolo Colnaghi
12 minuti di lettura
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«Armadietto a norma ASL» è una formula che si legge in quasi tutti i cataloghi e non corrisponde ad alcuna certificazione. Quello che esiste è mezza pagina di Allegato IV, sei commi, che dice quando gli armadi devono essere separati e che cosa deve avere lo spogliatoio. Poi, se lavori nell'alimentare, esiste una seconda partita che si gioca altrove. Sapere quale delle due ti riguarda cambia la spesa e cambia quello che devi mostrare a un controllo.

Che cosa dice davvero il D.Lgs. 81/08 sugli armadi

Tutta la materia sta nel punto 1.12 dell'Allegato IV, intitolato «Spogliatoi e armadi per il vestiario». Sono sei commi brevi. Vale la pena leggerli, perché fra quello che dicono e quello che si sente ripetere c'è più distanza di quanto sembri.

L’armadietto chiudibile è dovuto anche dove lo spogliatoio non serve

Il primo comma dice quando serve il locale: lo spogliatoio va messo a disposizione quando i lavoratori devono indossare indumenti di lavoro specifici e quando, per ragioni di salute o di decenza, non si può chiedere loro di cambiarsi altrove.

Il quarto comma dice che gli spogliatoi devono essere dotati di attrezzature che consentono a ciascun lavoratore di chiudere a chiave i propri indumenti durante il tempo di lavoro.

Poi c'è il sesto comma, che quasi nessuno cita e che è il più utile di tutti:

Qualora non si applichi il punto 1.12.1., ciascun lavoratore deve poter disporre delle attrezzature di cui al punto 1.12.4. per poter riporre i propri indumenti.

Tradotto: anche dove lo spogliatoio non è dovuto, il posto chiudibile lo è lo stesso. In un ufficio dove nessuno si cambia non serve il locale, ma serve comunque, per ogni persona, un posto che si chiuda a chiave. È l'obbligo più diffuso e il meno conosciuto, e non dipende dal settore né dal numero di dipendenti.

Quando scattano gli armadi separati

Il quinto comma è quello su cui poggia l'intero concetto di sporco-pulito, e conviene leggerlo per intero:

Qualora i lavoratori svolgano attività insudicianti, polverose, con sviluppo di fumi o vapori contenenti in sospensione sostanze untuose od incrostanti, nonché in quelle dove si usano sostanze venefiche, corrosive od infettanti o comunque pericolose, gli armadi per gli indumenti da lavoro devono essere separati da quelli per gli indumenti privati.

Guarda che cosa elenca: attività, non settori. Non c'è scritto «nell'alimentare», non c'è scritto «in officina». Ci sono due famiglie di situazioni, quelle che sporcano e quelle che fanno danno, e si chiudono con una formula aperta: «o comunque pericolose».

Questo sposta la decisione dove deve stare. Non è un elenco di categorie a dirti se sei dentro: è la valutazione dei rischi. Se il documento descrive lavorazioni che sporcano o sostanze che non devono viaggiare sugli abiti civili, la separazione è dovuta e va scritta lì, non dedotta da un catalogo. È lo stesso meccanismo che governa il deposito dei fitofarmaci, dove la norma fissa il principio e lascia al titolare il compito di dimostrare come lo rispetta.

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Che cosa deve avere il locale, oltre agli armadi

Il terzo comma descrive lo spogliatoio con una lista che si dimentica volentieri: capacità sufficiente, possibilmente vicino ai locali di lavoro, aerato, illuminato, ben difeso dalle intemperie, riscaldato durante la stagione fredda e munito di sedili.

I sedili e il riscaldamento sono i due che mancano più spesso, e sono anche i due più facili da rilevare in un sopralluogo: non richiedono misure, si vedono.

Il secondo comma aggiunge la separazione fra i due sessi, con una deroga precisa: nelle aziende fino a cinque dipendenti lo spogliatoio può essere unico, a condizione che venga usato secondo turni prestabiliti e concordati nell'ambito dell'orario di lavoro. Il verbo è «concordati»: non è una decisione che il datore di lavoro prende da solo.

Due armadi o un armadio diviso: la norma dice «separati»

Qui c'è un dettaglio di lingua che nessuno fa notare e che vale la pena mettere in chiaro, perché è la domanda che tutti si pongono davanti a un preventivo.

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Che cosa autorizza il testo, alla lettera

Il quinto comma parla di armadi al plurale e li vuole separati. Alla lettera, chiede due contenitori: uno per gli indumenti da lavoro e uno per quelli privati. Non nomina la tramezza, non nomina il doppio scomparto, non nomina nessun prodotto.

Da qui discendono due strade, e reggono entrambe.

La prima è quella letterale: assegnare due vani alla stessa persona. Una colonna da quattro posti serve due lavoratori invece di quattro, e la separazione è totale, perché i due volumi non comunicano e hanno due ante diverse. È la soluzione che costa meno per vano e che occupa più parete.

La seconda è l'armadietto a doppio scomparto, con un divisorio interno che separa i due volumi dentro la stessa scocca. Occupa la metà dello spazio a parità di persone servite, e in alcuni contesti non è un'alternativa ma un requisito, come vedremo fra poco.

Armadietto a doppio scomparto

Un divisorio interno separa i due volumi dentro la stessa scocca. Dimezza l'ingombro a parità di persone servite.

Adatta a

  • Spogliatoi stretti o ricavati in ambienti esistenti
  • Attività alimentari, dove spesso è prescritto in questa forma
  • Turnazioni con molte persone e poco muro

L’errore che rende inutile la spesa

C'è un modo di sbagliare che si vede spesso e che è tanto più insidioso quanto più sembra a posto: due ante affiancate non sono due armadi separati se vanno a due persone diverse.

Un armadio biposto assegnato a due lavoratori è, per ciascuno di loro, un vano solo. La separazione dev'essere fra gli indumenti della stessa persona, non fra le persone. È l'unica verifica che vale la pena fare due volte prima di firmare un ordine, perché riguarda l'assegnazione e non il prodotto, e nessun fornitore la può fare al posto tuo.

Nell’alimentare il doppio scomparto non nasce da HACCP

Qui l'articolo che stai leggendo corregge una convinzione molto diffusa, compresa quella di chi vende armadietti.

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Che cosa chiede il regolamento europeo

Il Regolamento (CE) n. 852/2004, Allegato II, Capitolo I, dedica agli spogliatoi un punto solo, il nono, e dice questo:

Ove necessario, devono essere previste installazioni adeguate adibite a spogliatoio per il personale.

È tutto. Nessuna prescrizione sull'armadietto, nessun doppio scomparto, nessun materiale. Il regolamento aggiunge, nel capitolo sull'igiene del personale, che chi lavora sugli alimenti deve indossare indumenti adeguati e puliti, ma non entra nel mobile che li contiene.

E l'HACCP? L'HACCP non è una legge sugli armadietti: è un sistema di autocontrollo, e prescrive misure solo in quanto tu le abbia individuate come necessarie nel tuo piano. Se il piano dice che gli abiti civili sono una via di contaminazione, la separazione diventa una tua misura, e allora sì che un controllo ti chiede di averla.

Da dove arriva davvero la prescrizione

Il doppio scomparto, in ambito alimentare, arriva quasi sempre da una terza fonte: i requisiti dell'autorità sanitaria locale per l'esercizio.

Le linee guida dei servizi di igiene degli alimenti sono esplicite dove il regolamento europeo è generico. Quelle del SIAN dell'ASL Roma 1, per fare un esempio verificabile, chiedono per gli esercizi alimentari «idonei armadietti a doppio scomparto in numero corrispondente alle unità lavorative impiegate ed a loro uso esclusivo», vogliono lo spogliatoio in un locale autonomo e non nell'anticamerino, lo dividono per sesso oltre i cinque dipendenti e chiedono pareti e pavimento lisci, lavabili e disinfettabili fino a due metri di altezza.

Sono prescrizioni puntuali, e sono locali. Cambiano da regione a regione e in alcuni casi da comune a comune, perché passano dai regolamenti d'igiene e dalle linee guida delle aziende sanitarie.

La conseguenza pratica è semplice: se lavori nell'alimentare, la domanda «basta la tramezza?» non si risolve leggendo il Testo Unico. Si risolve chiedendo all'ASL competente quali requisiti applica alla tua tipologia di esercizio, prima di ordinare.

Che cosa si rischia: la catena che porta alla sanzione

Gli articoli che parlano di questo tema di solito citano cifre senza spiegare da dove vengono. La catena è ricostruibile in tre passaggi, e finisce in un posto che sorprende.

Dal punto 1.12 all’articolo 68

L'articolo 63, comma 1 del D.Lgs. 81/08 stabilisce che i luoghi di lavoro devono essere conformi ai requisiti dell'Allegato IV. L'articolo 64, comma 1, lettera a) mette a carico del datore di lavoro il compito di provvedere affinché ciò accada. E l'articolo 68, comma 1, lettera b) punisce la violazione dell'articolo 64, comma 1, con l'arresto da due a quattro mesi o l'ammenda da 1.423,83 a 6.834,44 euro.

Il punto che cambia la prospettiva è questo: non è una sanzione amministrativa, è una contravvenzione. Il datore di lavoro e il dirigente rispondono penalmente. Gli importi sono quelli rivalutati del 15,9 per cento con il decreto direttoriale del 20 settembre 2023, in vigore dal 6 ottobre dello stesso anno.

La prescrizione, e perché il vero costo è il termine

Nella pratica quasi nessuno arriva davanti a un giudice, e il motivo è il meccanismo del D.Lgs. 758/1994. L'organo di vigilanza, quando accerta la contravvenzione, impartisce una prescrizione con un termine per regolarizzare. Se ti metti in regola entro quel termine e paghi in sede amministrativa una somma pari a un quarto del massimo dell'ammenda, il reato si estingue.

Un quarto di 6.834,44 euro fa 1.708,61 euro. Ma la cifra non è la parte pesante: la parte pesante è il termine. Devi comprare, ricevere e installare gli armadietti entro una data che non hai scelto tu, e con la fornitura di uno spogliatoio intero i tempi di consegna diventano di colpo il problema principale.

«Armadietto a norma ASL» non è una certificazione

Torniamo alla formula da cui siamo partiti, perché ora si può smontare con precisione.

La norma che non esiste e quella che esiste

Non esiste un'omologazione, un marchio o un attestato ASL per un armadietto. Le aziende sanitarie verificano il luogo di lavoro, non certificano i mobili. Un fornitore che ti promette un armadietto «certificato ASL» ti sta descrivendo una cosa che non c'è.

Quello che esiste è una norma di prodotto: la UNI EN 16121, che fissa i requisiti di sicurezza, resistenza, durabilità e stabilità per i mobili contenitori a uso non domestico, con i metodi di prova raccolti nella UNI EN 16122. Ha sostituito la vecchia EN 14073-2 ed è stata riedita a dicembre 2023.

È una norma volontaria: nessuno ti obbliga a comprare un armadietto provato secondo la EN

  1. Ma un fabbricante che la dichiara nella scheda tecnica ha sottoposto il mobile a prove

di resistenza e di stabilità, e questo è l'unico riferimento oggettivo disponibile quando devi confrontare due preventivi che sulla carta si somigliano.

Che cosa guardare nella scheda tecnica

Sotto la norma, i dettagli che distinguono un armadietto da spogliatoio da un mobile qualsiasi sono pochi e si controllano in fretta.

La rigidità della scocca non dipende dallo spessore ma dalla geometria: nervature longitudinali su fianchi e ante e profili scatolari sui montanti fanno più di un decimo di millimetro di lamiera in più. I bordi non devono restare a lamiera viva, ma ripiegati su sé stessi, perché chi prende gli indumenti lo fa di fretta e chi pulisce passa lo straccio.

La verniciatura conta più di quanto sembri se l'ambiente prevede sanificazioni frequenti: le polveri epossipoliestere polimerizzate in forno resistono ai detergenti, le finiture più povere si opacizzano e poi si sfogliano. L'aerazione vuole feritoie in alto e in basso, non solo in alto: servono a innescare un moto convettivo, l'aria entra fredda dal basso e esce carica di umidità dall'alto, ed è ciò che tiene asciutto l'interno.

Il tetto inclinato ha senso dove la polvere è un tema, perché toglie la superficie d'appoggio dove si depositano sporco e oggetti lasciati lì per comodità.

Sulla chiusura la scelta è fra due filosofie, non fra due qualità. La maniglia lucchettabile sposta la chiave sul lavoratore, che usa il proprio lucchetto: conviene con turnazione alta, perché l'azienda non gestisce chiavi né smarrimenti. La serratura a cilindro conviene quando l'armadietto è assegnato in modo stabile, e può entrare in un piano di chiusura con chiave master per le ispezioni igieniche.

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Come si sceglie, nell’ordine giusto

Le domande hanno una sequenza, e invertirla è il motivo per cui molti spogliatoi vengono rifatti due volte.

Le verifiche prima di chiedere un preventivo

  • La valutazione dei rischi descrive attività insudicianti o sostanze pericolose?

    È la domanda che decide se la separazione è dovuta o soltanto opportuna. La risposta sta nel documento aziendale, non nel settore di appartenenza.

  • Sei un’attività alimentare soggetta a requisiti sanitari locali?

    In questo caso il doppio scomparto può essere prescritto in modo espresso. Chiedi all'ASL competente prima di ordinare, non dopo.

  • Ogni lavoratore ha un posto che può chiudere a chiave?

    Vale anche dove lo spogliatoio non è dovuto. È l'obbligo del punto 1.12.6, ed è quello che si viola più spesso senza saperlo.

  • La separazione è fra gli indumenti della stessa persona?

    Due ante assegnate a due lavoratori diversi non separano niente. Verifica l'assegnazione, non il numero di posti.

  • Il locale ha sedili, riscaldamento e capienza sufficiente?

    Sono requisiti del punto 1.12.3 e si rilevano a vista in un sopralluogo, molto prima che qualcuno apra un armadietto.

  • La scheda tecnica dichiara la UNI EN 16121?

    È l'unico riferimento oggettivo per confrontare due preventivi che si somigliano. In assenza, guarda nervature, bordi ripiegati, verniciatura e feritoie.

Una nota che fa risparmiare più di quanto sembri: gli armadietti per lo spogliatoio sono beni strumentali dell'impresa, quindi il loro costo si deduce e si ammortizza come tale. Se stai dimensionando una fornitura per più postazioni, vale la pena leggere anche la guida fiscale agli armadi come beni strumentali prima di decidere se comprare tutto insieme o per lotti.

Se invece il tuo problema riguarda la custodia di sostanze soggette a registro, e non gli indumenti, il riferimento è un altro: l'armadio per stupefacenti in farmacia segue requisiti tecnici propri, che con lo spogliatoio non hanno niente in comune.

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Faq – Domande frequenti

Quando è obbligatorio separare gli indumenti da lavoro da quelli privati?

Quando i lavoratori svolgono attività insudicianti, polverose, con sviluppo di fumi o vapori contenenti sostanze untuose o incrostanti, oppure usano sostanze venefiche, corrosive, infettanti o comunque pericolose. Lo stabilisce il punto 1.12.5 dell'Allegato IV del D.Lgs. 81/08. L'elenco riguarda le attività, non i settori: è la valutazione dei rischi a dire se rientri.

Un armadietto a doppio scomparto basta, o servono due armadi?

Il testo parla di armadi separati, al plurale, e alla lettera chiede due contenitori. Nella pratica reggono entrambe le strade: due vani assegnati alla stessa persona, oppure un armadietto con divisorio interno. Quello che conta è che la separazione sia fisica e riguardi gli indumenti dello stesso lavoratore.

Nell’alimentare il doppio scomparto è imposto dall’HACCP?

No. Il Reg. CE 852/2004 chiede spogliatoi adeguati «ove necessario» e non prescrive il mobile, e l'HACCP è un sistema di autocontrollo, non una legge sugli armadietti. Il doppio scomparto arriva quasi sempre dai requisiti dell'autorità sanitaria locale per l'esercizio, che variano da territorio a territorio.

Che sanzione si rischia se lo spogliatoio non è a norma?

La violazione dell'Allegato IV passa dall'articolo 63, comma 1 all'articolo 64, comma 1, lettera a), ed è punita dall'articolo 68, comma 1, lettera b) con l'arresto da due a quattro mesi o l'ammenda da 1.423,83 a 6.834,44 euro. È una contravvenzione penale. Con la prescrizione del D.Lgs. 758/1994 il reato si estingue regolarizzando entro il termine e pagando un quarto del massimo.

Esiste un armadietto certificato ASL?

No. Le aziende sanitarie verificano il luogo di lavoro, non certificano i mobili, e nessun marchio ASL esiste per un armadietto. La norma di prodotto disponibile è la UNI EN 16121, sui requisiti di sicurezza, resistenza, durabilità e stabilità dei mobili contenitori a uso non domestico, con i metodi di prova della UNI EN 16122.

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Paolo Colnaghi
Scritto da

Paolo Colnaghi

Scrive di sicurezza fisica per CLN-Safety, che dal 2011 si occupa di vendita, trasporto e installazione di casseforti, armadi blindati, sistemi per la gestione del denaro e porte corazzate. Sul blog traduce norme e certificazioni, EN 1143-1, EN 14450, gradi di resistenza, requisiti assicurativi, in indicazioni pratiche per chi deve scegliere, installare e mantenere davvero.
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